No Good Men


13/11/2026 - 14/11/2026

Proiezione unica ore 21

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Regia: Shahrbanoo Sadat
Interpreti: Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Yasin Negah, Masihullah Tajzai
Origine: Germania, Francia, Danimarca, Norvegia, Afghanistan
Anno: 2026
Soggetto:
Sceneggiatura: Shahrbanoo Sadat
Fotografia: Virginie Surdej
Musiche:
Montaggio:
Produzione:
Distribuzione:
Durata: 103


[…] Collocato a ridosso della fuga degli americani da Kabul, No Good Men, coglie gli aspetti del conflitto uomo/donna interno a una cultura in cui le figure femminili hanno sempre fatto fatica a emergere dall’oscurità. La protagonista, cui presta il volto la stessa regista, è invece una di quelle che lottano per essere viste e per vedere, essendo operatrice di camera in una emittente per poco ancora libera. Una professione pericolosa che lo diventa ancor di più quando il ritiro degli americani si fa certezza. In quel momento la sua stessa esistenza è a un passo dal deflagrare tra un matrimonio che le va stretto e l’arrivo dei Talebani, se non fosse per il capo che la stima ed è innamorato di lei. E forse lei di lui. Sadat, di fronte e dietro la macchina da presa, costruisce un film allegro e doloroso al tempo stesso.
Una commedia romantica ambientata in un paese dove di romantico si fa fatica a pensare sia rimasto qualcosa. Invece il passato è lì a dimostrare che bisogna avere la forza di lottare e credere in un futuro diverso nonostante il doloroso presente. Viene in mente Casablanca, sicuramente per l’addio struggente e per la capacità di evocare come ogni conflitto calpesti ogni sentimento e getti nel buio le vite di persone innocenti. E se il tono è leggero, non lo è l’implicita denuncia di un sistema oscurantista che ha tolto la libertà a milioni di donne.
Terzo capitolo di un’indagine sulla storia recente dell’Afghanistan, No Good Men è un film coraggioso per quello che racconta e soprattutto per come lo racconta. Semplicità e limpidezza di sguardo sono la cifra scelta per dare forza a una storia d’amore che parla di sacrificio, dedizione, speranza e molto rimanda al miglior cinema iraniano. Non a caso Sadat è stata allieva di Kiarostami. Alla fine alla domanda che Naru e le sue amiche si pongono quando sono sole, cioè se esistano uomini buoni, la risposta è sì ma viene da credere che debbano vivere non meno nascosti delle loro madri, mogli, sorelle, figlie.
Angela Prudenzi, cinematografo.it

[…] Scelto come apertura della 76a Berlinale, il film vede la regista calarsi nei panni dell’indomita protagonista, una donna afghana 2.0, stanca di essere sottomessa agli uomini e discriminata in ogni momento della sua vita. È un’operatrice televisiva intraprendente, una figura carismatica e indipendente che resta impressa, specie nella sua convinzione che per cambiare veramente le cose bisogna volerlo, battersi, essere cittadini attivi e consapevoli, non voltarsi dall’altra parte. A un personaggio tanto tosto Sadat ne contrappone uno altrettanto valido e caratterizzato a tutto tondo, il volto di Kabul News (lo interpreta il notevole Anwar Hashimi), che all’inizio la deride come tutti gli altri, perché come recita il titolo e una delle battute clou del film «non esistono uomini buoni in Afghanistan». Una generalizzazione che la regista ci tiene a mostrare calata nel reale quotidiano, fatto di continue battute contro le donne, svalutazioni, mancanze di rispetto plateali, atteggiamenti discriminatori, patriarcali, giudicanti, possessivi, violenti.
Sbaglia tuttavia chi pensa sia un film di mera denuncia, in realtà è una commedia che strappa più di un sorriso, pur raccontando dinamiche detestabili e spesso raccapriccianti.
Una commedia all’inizio brillante che si tinge di fosco man mano che avanza la narrazione trasformandosi in un dramma politico e sociale senza scampo. Funziona la scelta di affiancare alla trama di un femminile determinato a rovesciare tabù secolari ed emanciparsi, quella di un maschile pronto ad aprirsi alla comprensione e al rispetto verso le donne.
Funziona ancor di più la messa a fuoco di un altro tema fondamentale, il coraggio di chi fa seriamente giornalismo di inchiesta e non si lascia intimidire. Neanche dall’ombra del regime talebano che nel film si allarga fino a un finale oscuro che lascia poche speranze, se non quella che forse qualcuno che si salva tra i «no good men» afghani ci sia davvero. Funziona soprattutto la prospettiva adottata: una volta tanto non è l’occhio occidentale a narrare una storia afghana, ma una regista afghana direttamente, e la differenza si avverte in ogni singola inquadratura (colpiscono, su tutti, i campi larghi a mostrare il caos e i colori delle strade afghane) e in ogni singolo dettaglio, come pure si coglie l’afflato profondamente autobiografico dietro la macchina da presa.
Resistere a un regime non significa solo combatterlo, ricorda Sadat con questo suo film, politicamente impegnato eppure leggero nella forma. Significa impegnarsi ogni giorno a combattere dentro di sé la tentazione di perpetuare un sistema di soprusi che garantisce privilegi solo ad alcuni, di certo non alle donne, tanto meno agli oppositori politici. […]
Il film è dedicato, non a caso, ai sette membri dello staff dell’emittente afghana Tolo tv rimasti uccisi in un attacco terroristico nel 2016.
Claudia Catalli, mymovies.it