Lo chiamavano Jeeg Robot


08/04/2016 - 10/04/2016

Proiezione unica ore 21 anche domenica sera

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Regia: Gabriele Mainetti; Interpreti: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma); Origine: Italia; Anno: 2014; Soggetto: Nicola Guaglianone; Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Menotti; Fotografia: Michele D’Attanasio; Musica: Gabriele Mainetti, Michele Braga; Montaggio: Andrea Maguolo, Federico Conforti; Produzione: Goon Films, RAI Cinema; Distribuzione: Lucky Red (2016); Durata: 112’

 

Non bastano i soldi, un team di sceneggiatori e un regista famoso. Non bastano, purtroppo, nemmeno le buone intenzioni. Per fare un film come si deve, servono talento, furbizia e prospettiva. Lo chiamavano Jeeg Robot, esordio dietro la cinepresa di Gabriele Mainetti, co-sceneggiato da Nicola Guaglianone e Menotti, queste cose ce le ha. Per questo motivo funziona. Per questo è, a modo suo, il primo vero film italiano sui supereroi. Alla base non c’è una storia già vista: ci sono rimandi, citazioni, un modo di girare che ricorda – poco o tanto – altri film. Ma è la capacità fondamentale di reinventare e soprattutto di adattare la trama alla realtà italiana che convince. Una storia impossibile che diventa credibile e personaggi che restano, dall’inizio alla fine, coerenti. Per vivere, un genere come quello dei “cinecomics” (cinema più fumetti) ha bisogno di intelligenza. Serve una storia che si faccia carico non solo di una tradizione già consolidata e lungamente discussa all’estero; ma che riprenda pure l’attualità.

Il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot non è un eroe; non è l’uomo eccezionale, buono, un cavaliere senza macchia e patron dei più deboli. È, anzi, un perdente. Ultimo tra gli ultimi. Figlio della periferia più povera e nera. È nella sua crescita – nella sua trasformazione – che risiede il significato profondo, e da non sottovalutare, del film: migliorare per non soccombere; aiutare gli altri per non essere più soli.

Il film di Mainetti è un coraggioso esperimento che apre la strada a un genere che in Italia ha a lungo latitato. E che, dopo quasi due ore di primi piani, inseguimenti, scene coloratissime ed esaltate, riesce ad appassionare lo spettatore. Il cinema italiano ha bisogno di questo: di nuove storie, nuovi protagonisti e di nuovi eroi; ha bisogno di essere meno snob e più aperto. E ha bisogno soprattutto di cambiare.

(Gianmaria Tammaro – La Stampa)

 

(…) Nelle sale italiane dal 25 febbraio, questo lavoro ha il cervello per prendere meglio di un certo cinema americano (non solo quello degli eroi Marvel) e quello italiano che sbatte anima e grugno nelle borgate da ben prima che trafficare coi palazzoni e la violenza di periferia diventasse trendy. Mainetti fa reagire in modo autentico questi due elementi ed ecco che si mischiano la nostra miseria e la necessità di un supereroe che si occupi di noi e di comprare abiti da principessa alla ragazza del piano di sotto. Come dire, la fotografia perfetta del nostro tempo; siamo fottuti ma non è ancora finita.

Dev’essere un inferno per i detrattori degli anni Ottanta dover puntualmente riscontrare la longevità di quell’orizzonte domestico, verificare come tutte le ‘bugie’ di quegli ‘anni di plastica’ dicessero la verità. A chi lo affidereste il compito di salvarvi la vita se vi rendeste conto che ve l’hanno già portata via? A un Co. Co. Co., un flash mob, un bel talent nel quale essere se stessi? Date le condizioni, Jeeg Robot (all’anagrafe Hiroshi Shiba) è l’opzione più sensata. Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è solo un ladruncolo che scappa dalla polizia. Sbarca il lunario con piccoli furti. Vive di dessert alla vaniglia e film porno, come ogni nostro vicino di casa più benestante di noi, sintonizzato fra Master Chef e YouPorn. Poi cade nel Tevere (in un barile contenente una sostanza radioattiva) e si ritrova poteri da supereroe. Gli sparano, cade da un palazzone di nove piani e non si fa nulla. Che è successo? Piega termosifoni, blocca i tram con le mani. Alessia (Ilenia Pastorelli) abita sotto casa di Ceccotti. Dopo la morte della madre ha perso la testa e passa tutto il giorno a vedere dvd di Jeeg Robot. Crede di vivere dentro quel cartone. Si convince che Enzo è Hiroshi: «Salvali tutti – gli dice – è per questo che hai i poteri». Se una giovane senza futuro ha un cuore così grande da convincersi che devi salvare l’umanità lo capisci che è più facile salvare l’umanità che lei. Ma ci provi. Chi è che mette in pericolo l’umanità? Lo Zingaro (Luca Marinelli) un signor nessuno della mala che, dopo aver provato con lo spettacolo (un tragico transito a Buona Domenica) aspira a fare il grande botto «ce vojio finì anch’io su youtube». Lui è il nemico, il male; un male che ha perduto tutte ma sa ancora cantare. Prima delle rapine mette “Latin lover” della Nannini, al karaoke, aspettando una partita di droga, canta “Un’emozione da poco” di Anna Oxa e se deve sterminare la famiglia di un clan rivale usa Nada, “Ti stringerò”. Nel film una lezione da individuare in porzioni, scintille apparentemente nascoste, è proprio quella sull’utilizzo della canzoni (Oxa, Bertè e Nada su tutte) che diventano fuga senza fare un passo e fumetto plausibile del nostro dramma più irrisolto; non essere fumetti. Ci sono vite dure, senza pietà, nelle quali sembra non accada nulla; con la canzone giusta capiamo quanto sia pieno quel nulla e come ci somigli. E quando la musica sarà finita, Bene e Male si scontreranno. Non abbiamo altra scelta che puntare tutto su Enzo Ceccotti, lui, che può diventare Jeeg.

(Cristiano Governa – Il Venerdì di Repubblica)