Un affare di famiglia

Manbiki kazoku

02/11/2018 - 03/11/2018

Proiezione unica ore 21

Regia: Kore’eda Hirokazu
Interpreti: Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Akira Emoto, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Moemi Katayama, Kengo Kôra, Chizuru Ikewaki, Jyo Kairi, Yôko Moriguchi, Miyu Sasaki, Naoto Ogata, Yuki Yamada
Origine: Giappone
Anno: 2018
Soggetto:
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Fotografia: Ryuto Kondo
Musiche: Haruomi Hosono
Montaggio: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: Kaoru Mtsuzaki, Akihiko Yose, Hijiri Taguchi per AOI Promotion, Fuji Television Network, Gaga
Distribuzione: BIM
Durata: 121

Padre e figlio sono allenati. Basta un cenno e la merce del supermercato finisce nelle loro tasche. Senza rimorsi. «In fondo le cose in vendita non sono di nessuno», perché farsi scrupoli? Così una sera tornando a casa, una casa povera ma piena di gente e di affetto, si portano via qualcosa che forse è davvero di qualcun altro anche se non se la merita. Una bimbetta trascurata e maltrattata. Un attimo, e la bambina se ne va con quei ladruncoli che sembrano padre e figlio ma non hanno legami di sangue. Come tutti nella strana famiglia in cui vivono con la nonna e altre due donne. Uniti dagli affetti, dalla libera scelta, nonché dal bisogno e dalla convenienza. Anche se in quella casupola sepolta tra i palazzoni circolano un calore e una solidarietà introvabili in tante case meno misere…
Il nuovo film del giapponese Kore-eda, classe 1962, meritatissima palma d’oro a Cannes, parte come un sommesso elogio di una vita anarchica e antiborghese per poi introdurre poco a poco, con la discrezione di cui è capace il regista di Father and Son una serie di piccoli strappi che minano quel tessuto di vincoli e affetti. Senza rinnegare la critica alle miserie della società consumista, ma nemmeno esaltare un microcosmo in cui nulla è come sembra. La nonna infatti vive di espedienti e di ricatti, gli altri sfruttano la sua pensione, la più giovane lavora in un peep show con un distacco che non esclude tuffi al cuore (bello il breve incontro con un cliente diverso dagli altri). Ma è nella seconda parte, da non rivelare, che il film, con le sue immagini calibratissime, svolta in direzioni inaspettate. Dando a questo reticolo di affetti ora soffocati ora esplosivi, formato da tanti punti di vista quanti sono i personaggi, una profondità, per non dire una gravità, che sono davvero un dono. Da non perdere.
Fabio Ferzetti, L’Espresso

Un adulto che insegna a un bambino a rubare nei negozi. Una ragazzina che si spoglia nei peep show. Una nonna che gioca alle slot machine. Raccontata così, sembrerebbe una famiglia sociopatica e disfunzionale. In realtà. è una famiglia sui generis (anche biologicamente), ma per certi versi, autentica, ideale, quella che poco a poco ci viene svelata da Hirokazu Kore-eda nel suo ultimo film. A questo nucleo si aggiunge un nuovo membro: una bambina di pochi anni, ritrovata fuori da casa, e accolta. Dopo un po’ però i genitori della bambina ne denunciano la scomparsa, e allora che fare? Perché questo strano microcosmo nasconde segreti imprevedibili.
Questo film ha finto la Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Il maggiore rivale, non meno merivegole, era secondo molti il nostro Dogman, e non si potrebbero immaginare film più diversi: duro e compatto l’italiano, soave e meditativo il giapponese. Al centro dei film di Kore-eda c’è spesso stato il microcosmo familiare, le relazioni tra padri e figli (da noi si era visto Ritratto di famiglia con tempesta). Rispetto agli altri suoi film, però, in cui i conflitti sono quasi increspature, qui assistiamo al progredire di una storia con colpi di scena, pur tra le maglie di uno stile sempre quieto: inquadrature fisse, musiche sobrie e melanconiche, prevalenza di campi medi e lunghi; finché nella parte finale si passa a dei primi piani frontali, rivelatori, in una soluzione tutta in levare, magistralmente costruita per ellissi di regia e di sceneggiatura. Non siamo però dalle parti di quei film cinici che si compiacciono di mostrare nidi di vipere, segreti nascosti dietro le mura domestiche. Anzi, è la descrizione di un modo di vivere certo non tradizionale, ma che lui ci mostra come naturalissimo.
A suo modo Un affare di famiglia è, nel senso migliore, «un film di buoni sentimenti». Solo che questi sentimenti sono opposti ai legami sociali e biologici ufficiali. Una specie di utopia, piena però di zone d’ombra e contraddizioni al proprio interno, anch’esse narrate e accettate pienamente dallo sguardo del regista. Non c’è insomma nemmeno un conflitto schematico, tra il calore di dentro e il gelo di fuori (anche se fuori cade la neve). Comunque, il ritratto della società giapponese, indiretto, è durissimo. E l’immagine che rimane è l’ambientazione, una specie di villetta da fiaba, incastrata tra i condomini, rimasta fuori dal tempo e dalla disumanità. Un’immagine che riporta in mente il titolo di un saggio sulla famiglia di qualche decennio fa: un rifugio in un mondo senza cuore.
Emiliano Morreale, La Repubblica