Tito e gli alieni

26/10/2018 - 27/10/2018

Proiezione unica ore 21

Regia: Paola Randi
Interpreti: Valerio Mastandrea (Professore), Clémence Poésy (Stella), Luca Esposito (Tito), Chiara Stella Riccio (Anita), Miguel Herrera (Luke)
Origine: Italia
Anno: 2017
Soggetto:
Sceneggiatura: Paola Randi
Fotografia: Roberto Forza
Musiche: Fausto Mesolella, Giordano Corapi
Montaggio: Desideria Rayner
Produzione: Angelo e Matilde Barbagallo per Bibi Film, RAI Cinema, Timvision
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 92

Che ci fa Valerio Mastandrea, cuffie sulle orecchie e baffoni alla mongola, riverso su un vecchio divano nel deserto del Nevada? Chi sono quei due ragazzini spediti laggiù da un videomessaggio postumo così potente che capovolge la terra e il cielo? E perché un film così originale, generoso, sofisticato e insieme popolare come oggi il cinema sa essere di rado, scoperto al festival di Torino in autunno e premiato dal pubblico a quello di Bari, ci mette tutto questo tempo ad arrivare in sala?
Ambientato nei pressi della famigerata Area 51,1a zona militare americana top secret cara agli ufologi, “Tito e gli alieni” è diverse cose insieme. È un personalissimo esercizio di fantascienza sentimentale in cui Paola Randi, regista del già notevole “Into Paradiso”, mette tutto il suo gusto per gli accostamenti bislacchi e le sperimentazioni visive (mai gratuite ma sempre in sintonia col racconto). È la dimostrazione, fra Herzog e Terry Gilliam, con un pensierino per Spielberg, che il cielo stellato sopra di noi è più vicino di quanto sembri per chi sa ascoltare o almeno ascoltarsi. Ma soprattutto è la prova che esistono autori lontani anni luce dagli schemi in cui annaspa il cinemetto italiano, per chi abbia voglia di scoprirli.
Abbandonandosi a una storia di famiglia che va allegramente a zigzag tra comicità e commozione senza mai perdere il filo. E tra un ricordo ritrovato e un amore che nasce (tra quei naufraghi nel deserto c’è anche la strampalata Clemence Poésy), approfitta di ogni scena per azzardare un trucco, una canzone imprevista (tra le note di Giordano Corapi e del compianto Fausto Mesolella si affacciano Chet Baker e Dean Martin), un’invenzione di scena o di regia (strepitosa ‘Linda’, automa-juke box fatto in gran parte a mano che ha occhi mobili come nuvole e la voce della regista).
Alieni o terrestri, le vie del cuore passano per lo spazio profondo.
Fabio Ferzetti – L’Espresso

È giusto lottare contro la carineria di routine nella neo-commedia all’italiana, ma quando ci s’imbatte in un film come “Tito e gli alieni” certi argini si fanno scavalcare volentieri. A parte la commozione suscitata dalla dedica finale all’autore delle musiche, il precocemente scomparso fuoriclasse degli Avian Travel Fausto Mesolella, Paola Randi a sette anni di distanza dal successo ottenuto grazie al noir etnico “Into Paradiso” conferma di possedere un tocco libero e creativo che le permette di attraversare pressoché indenne le tipiche trappole del candore poetico (la tenerezza, del resto, non è un copyright di Sorrentino). Aiutata nell’incursione ad alto rischio nel territori della fantascienza, da sempre ostici al made in Italy, dal carisma di Valerio Mastandrea – attore inimitabile per come riesce a tramutare la naturale musoneria in vitamina per qualsiasi personaggio – la regista milanese napoletanizzata ha il fegato di ambientare una fiaba crepuscolare e stralunata nel deserto del Nevada e, in particolare, tra la Extraterrestrial Highway e il villaggio Rachel (54 abitanti) ai margini della segretissima Area 51 abituale referente non solo americano delle teorie del complotto e del folklore ufologico. Ci sopravvive il protagonista, uno scienziato vedovo e disilluso, stancamente impegnato a cercare di captare segnali intellegibili e magari proficui dallo spazio profondo extraterrestre. Finché dalla natia Napoli non gli scaricano addosso l’accudimento di due nipotini freschi orfani…
Non si può dire che ne discendano corposi sviluppi narrativi, anche perché il solitario e misantropo gestore della ‘base’ ha un cuore così palesemente intorpidito da proporsi all’istante come perfetto ricettacolo delle affabili petulanze della coppia di guaglioni da manuale napolimaniaco. La Randi attenua, peraltro, i disagi procurati dalla prevedibilità del copione e l’esilità delle annesse schermaglie con una perspicace e sincera attenzione agli stati d’animo dei personaggi principali e il supporto di effetti speciali più che dignitosi, ma in ogni caso in grado di non trasformare in autogol i numerosi omaggi ai classici del genere, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” in testa. Mastandrea, per di più, non sa parlare il napoletano, ma in questo contesto di cinema meticcio interpolato da situazioni strambe e via-vai di alieni finto/veri appare così a suo agio, così rilassato nelle movenze ed espressioni da mimo del muto da arrivare a un passo dal convincere lo spettatore d’essere stato un diligente allievo della scuola di Eduardo o di Peppino.
Valerio Caprara – Il Mattino