The Party

16/03/2018 - 17/03/2018

Proiezione unica ore 21

Regia: Sally Potter
Interpreti: Kristin Scott Thomas - Janet, Timothy Spall - Bill, Patricia Clarkson - April, Bruno Ganz - Gottfried, Cillian Murphy - Tom, Emily Mortimer - Jinny, Cherry Jones - Martha
Origine: Regno Unito
Anno: 2017
Soggetto:
Sceneggiatura: Sally Potter
Fotografia: Aleksei Rodionov
Musiche:
Montaggio: Anders Refn, Emilie Orsini
Produzione: Adventure Pictures, Oxwich Media
Distribuzione: Academy Two
Durata: 71

Sette attori – sette ottimi attori – e un film che si svolge tutto in una casa. Un titolo double face – The Party è la Festa ma anche il Partito – per una sarabanda di sottintesi, omissis, ponderate  ambiguità, innegabili menzogne, che non escludono insulti e ganci alla mascella camuffati da bons mots. Il tutto per scartavetrare in allegria quel che resta di tre o quattro totem usurati. La politica, l’amore, il postfemminismo, il politicamente corretto. E poi la fecondazione in vitro, le filosofie orientali, il decoro borghese (roba da inglesi ormai). Il nuovo esercizio di bravura dell’eclettica regista di Orlando e Lezioni di tango dura appena 71 minuti, una sfida salutare oggi che le durate lievitano come l’ego dei registi, e ha un solo difetto: corre troppo. Non c’è una pausa, un tempo morto, una battuta che non scintilli di scaltra perfidia. Il pensiero – la sua lentezza – è abolito. Non c’è tempo per riflettere o forse non ce n’è bisogno. Ognuno è quello che è, in ogni momento, e più si nasconde più sí rivela. Aggressivo, indifeso, fragile, bugiardo, pomposo, soprattutto bugiardo. In apertura compare una pistola. Il resto, cechovianamente, mette tutti poco a poco davanti al loro imperdonabile riflesso. La padrona di casa (Kristin Scott Thomas) festeggia la nomina a ministro e si messaggia con l’amante. Suo marito (l’immenso Timothy Spall) si crogiola nella sconfitta a suon di jazz (ma non solo, la musica è usata con molta arguzia). La coppia lesbica (Emily Mortimer e Cherry Jones) celebra il parto imminente, mentre la coppia acida (Patricia Clarkson e Bruno Ganz) alterna sarcasmi a idiozie new age. E il settimo ospite, banchiere e marito tradito (Cillian Murphy), si lecca le ferite tramando vendetta. Pinter non c’entra e nemmeno Yasmina Reza, semmai si pensa a Albee, mentre il bianco e nero spande un vago sapore retro. Per la grandezza  mancano mistero, scarto, ambiguità. Ma divertimento e intelligenza sono assicurati.
Fabio Ferzetti, L’Espresso

The Party, ovvero la festa e il partito. A tenerli insieme è la raffinata, idealista e rampante Janet (Kristin Scott Thomas), che è stata appena nominata ministro della Sanità del governo ombra: il coronamento della propria attività politica, che intende celebrare invitando a cena gli amici più intimi nella sua bella casa londinese. Mentre lei si adopera in cucina con i vol-au-vent, peraltro ricevendo messaggi segreti al cellulare, il marito Bill (Timothy Spall) se ne sta seduto in salotto a sorseggiare vino e ascoltare musica (I’m a Man…):  arrivano gli ospiti, la linguacciuta April (Patricia Clarkson) e il fidanzato in scadenza Gottfried (Bruno Ganz), un life coach new age; la giovane e incinta Jinny (Emily Mortimer) e la sua matura compagna Martha (Cherry Jones); Tom (Cillian Murphy), un banchiere senza scrupoli, che annuncia che sua moglie Marianne arriverà per il dessert e nell’esagitata attesa tira cocaina in bagno. Queste sono le premesse, ma manca la più singolare: la prima volta che vediamo Janet sta puntando una pistola alla macchina da presa. È il nuovo film scritto e diretto dall’inglese Sally Potter, che la 71enne regista di Orlando (1992) e Lezioni di tango (1997) presenta quale commedia che vira in tragedia, in cui una festa tra amici volge al peggio. Unità di tempo, luogo e azione, canoni del Kammerspiel e bianco e nero d’elezione (sapida fotografia di Alexey Rodionov), sfruculia nell’ipocrisia e nel perbenismo borghese à la Buñuel, seguendo traiettorie già sperimentate in anni recenti da Cena tra amici (Le prenom, 2012), il Carnage di Reza e Polanski (2011) e, se volete, il nostrano  Perfetti sconosciuti (2016) o il salotto de La grande bellezza (2013). Qui, però, c’è più carne al fuoco e una ricetta – sebbene i vol-au-vent finiscano carbonizzati – più sofisticata: amore e politica copulano fedifraghi, nulla è come sembra e una pistola, se c’è, prima o poi dovrebbe sparare. Ma colpi più devastanti sono esplosi verbalmente da Bill, secondo quel binomio vecchio come il mondo di eros e thanatos: sì, è qui la festa, e non risparmierà nessuno. Facendo danzare una camera snella e impicciona, la Potter fruga divertita e salace tra il fantasma in campo della Brexit e le meschinità dei suoi happy few per cultura – e censo? – chiedendo ai suoi interpreti semplicemente di render conto degli splendidi attori che sono. I frammenti del discorso amoroso sono vetri in frantumi, i cocci dell’ideologia, dal ruolo dell’intellettuale al postpost femminismo, e della verità tutta: che fare? Buttarla in battuta (Provoca un aroma-terapista e scoprirai un fascista, Sei una lesbica di prima livello e un’intellettuale di second’ordine), per scoperchiare i soliti sepolcri imbiancati: Janet  professa verità e riconciliazione, ma poi suona il campanello e… Dall’8 febbraio in sala, agile (71’), cattivello ed elegante: ottimo sotto elezioni.
Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano