Sir – Cenerentola a Mumbai

22/11/2019 - 23/11/2019

Proiezione unica ore 21

Regia: Rohena Gera
Interpreti: Tillotama Shome - Ratna, Vivek Gomber - Ashwin, Geetanjali Kulkarni - Laxmi, Rahul Vohra - Haresh, Ahmareen Anjum - Devika
Origine: India, Francia
Anno: 2018
Soggetto:
Sceneggiatura: Rohena Gera
Fotografia: Dominique Colin
Musiche: Pierre Aviat
Montaggio: Jacques Comets
Produzione: Inkpot Films
Distribuzione: Academy Two
Durata: 99

Che cosa significa rimanere vedova in un villaggio in India? L’opera d’esordio della regista indiana Rohena Gera ce lo racconta con delicatezza e con semplicità attraverso questa storia d’amore che vede protagonista una moderna Cenerentola a Mumbai.
Ratna (la brava Tillotama Shome, già interprete di una domestica in Moonson Wedding di Mira Nair e qui nuovamente in questo ruolo) vive in un piccolo villaggio ed è rimasta senza marito quando era ancora molto giovane. Per garantirsi l’anonimato e sentirsi nuovamente libera decide di spostarsi in città e di andare a lavorare come donna di servizio per l’erede di una ricca famiglia di Mombai di nome Ashwin (Vivek Gomber).
Stessa casa e stesso corridoio, insomma stesso tetto da condividere, ma i loro mondi non potrebbero essere più lontani e anche le loro personalità. Lei non possiede nulla e lotta per i suoi sogni, lui ha tutto ma è disilluso sul futuro.
Quando si parla d’amore però tutto è possibile, ce lo ha insegnato nel lontano 1990 Pretty Woman con Julia Roberts che ce la fa nonostante tutto e tutti.
Il paragone con l’indimenticabile blockbuster calza però fino a un certo punto perché Sir – Cenerentola a Mumbai si svolge in tutt’altro contesto (anche se quando Ratna è cacciata da un negozio di vestiti non si può non pensare a Vivien che fa shopping sulla Rodeo Drive, snobbata dalle commesse che la deridono per la sua apparenza).
Insomma Sir non è una love story all’americana ed è inoltre un film a basso budget che difficilmente riuscirà a replicare il successo della famosa commedia romantica del 1990 destinata a fare storia. Ma farà forse di più.
Prova infatti nel suo piccolo a cambiare e a smuovere l’ipocrisia di una società basata sulle differenze di classe nella quale una cameriera è considerata meno che umana (per dirne una: deve mangiare seduta sul pavimento e usare bicchieri differenti). E qui viene in mente Green Book. Con una differenza: lì erano gli anni cinquanta in America, mentre qui siamo in India e tutto questo è ad oggi considerato normale.
Ma, aldilà di un tema importante e attuale come la divisione delle caste e il razzismo, questa favola moderna a lieto fine, che è stata presentata alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2018, conquista nel mostrarci il lento avvicinamento tra due persone che si stanno innamorando l’una dell’altra senza mai essere ridicola, eccessivamente romantica o sdolcinata.
La regista s’ispira al capolavoro di Wong Kar-wai In the Mood for Love, nel quale i protagonisti condividevano un sentimento che non potevano vivere pienamente e nel dipanare la storia lungo lo spazio di un corridoio che al tempo stesso divide e unisce.
Toglie, sottrae e cela. Non mostra, ma rivela attraverso i non detti, i dialoghi ridotti all’osso, i silenzi, gli sguardi e i piccoli gesti. Scopre i nostri limiti e ci rende manifesto come ci concediamo il permesso di darci all’altro nel momento in cui nasce la magia dell’amore. Con discrezione e con le nostre insicurezze e fragilità. C’è un solo bacio strappato, ma vale molto di più che vederne mille mozzafiato.
Giulia Lucchini, cinematografo.it