Sámi blood

Sameblod

23/02/2018 - 24/02/2018

Proiezione unica ore 21

Regia: Amanda Kernell
Interpreti: Lene Cecilia Sparrok - Elle Marja, giovane, Mia Erika Sparrok - Njenna, sorella di Elle Marja, Maj Doris Rimpi - Christina/Elle Marja, anziana, Julius Fleischanderl - Niklas, ragazzo di Elle Marja, Olle Sarri - Olle, Hanna Alström - Insegnante, Malin Crépin - Elise, Andreas Kundler - Gustav, Ylva Gustafsson - Laevie, Anne Biret Somby - Sanna, Anders Berg - Emanuel, Katarina Blind - Anna, mamma di Elle Marja e Njenna, Beata Cavallin - Hedda, Tom Kappfjell - Aajja, Anna Sofie Bull Kuhmunen - Anna-Stina, Jonar Thomasson - Jon-Olov, Lillie Sparrok - Aahkka
Origine: Svezia, Danimarca, Norvegia
Anno: 2016
Soggetto:
Sceneggiatura: Amanda Kernell
Fotografia: Sophia Olsson, Petrus Sjövik
Musiche: Kristian Eidnes Andersen
Montaggio: Anders Skov
Produzione: Nordisk film production
Distribuzione: Cineclub Internazionale
Durata: 110

Non è un film condotto in maniera particolarmente brillante, ma è molto interessante. Non è così diffusa la conoscenza degli scheletri nell’armadio presenti nel ventesimo secolo della civilissima Svezia, campione della socialdemocrazia europea e pioniere del welfare. La storia è narrata dal punto di vista di una vecchia donna di nascita sami (la popolazione del nord lappone) che, adolescente negli anni Trenta, ha negato origini e lingua, e mutato nome per adottare il più svedese dei nomi, Cristina. La sua vicenda (che riviviamo con il suo ricordo in flashback) ci riporta alla pesante discriminazione – si è parlato di colonialismo interno – di cui quella minoranza etnica è stata vittima, e al buco nero delle teorie e delle pratiche eugenetiche che trovarono terreno molto fertile in Svezia in particolare negli anni Venti e Trenta, precedendo i deliri nazisti, con la creazione di un istituto di studi statale di biologia razziale che è stato attivo fino a tutti gli anni Cinquanta.
Paolo D’Agostini – La Repubblica

Stiamo scoprendo col cinema episodi di razzismo fuori dalle rotte note, dal doc The act of killing (purga anticomunista in Indonesia) a Loving (il matrimonio misto dei Loving in Virginia). Qui siamo in Svezia, anni ’30, tra i sami emarginati in comunità poverissime, ritenuti intellettualmente inferiori se non incapaci, da cui la goffa, ma determinata Elle Marja si svincola per studiare, accettata e poi respinta da un rampollo di famiglia borghese, estranea tra le coetanee, offesa e infine ostinata autrice del suo destino. Discendente di lapponi per parte di padre, la regista riesce a girare la solitudine come ribellione, la capanna in steppa e la città come risorse equivalenti e i viaggi come altalena tra rigetto e conquista di libertà. Da vedere.
Il Resto del Carlino

Le radici affondano troppo in profondità per essere estirpate. Si può scappare, cercare l’oblio e cambiare la propria identità, ma quello della terra natia è un richiamo che non si può ignorare. Urla nel silenzio. Le antiche tradizioni non ci abbandonano mai e continuano a bussare alla porta, anche nella tempesta.
Sámi Blood è un cinema che si interroga sul passato, per trovare una risposta ai dubbi del presente. Si apre con un funerale, con una famiglia che si riunisce, ma Catherine si oppone al dolore: la vecchiaia l’ha resa una donna forte, che non vuole tornare indietro. Il flashback dà il via al romanzo di formazione, e si ritorna negli anni Trenta, in una comunità di lapponi che vive ai margini della società. Una quattordicenne rifiuta le imposizioni della famiglia e vuole scoprire il mondo, si ribella per non dover badare a una renna tutti i giorni e consumare così la sua esistenza.
Sullo sfondo la selvaggia Svezia, le foreste sterminate; in primo piano il razzismo di chi non sopporta i lapponi, lo sguardo di superiorità di chi è nato alto, biondo e con gli occhi azzurri. In una sequenza sconvolgente, un medico costringe la giovane protagonista a spogliarsi, per studiarla in nome della scienza, per capire quanto misura il cranio o il seno di una piccola lappone. Sámi Blood accompagna gli spettatori in luoghi estremi e la nostalgia dei tempi passati, seppure difficili, prende il sopravvento. Giovinezza significa sfidare l’impossibile per scoprire il paradiso, o l’inferno, oltre il sentiero di casa.
Catherine abbatte le barriere e riesce ancora a provare stupore nel quotidiano, perché la vita, nonostante tutto, è degna di essere vissuta. La regia sobria di Amanda Kernell aumenta la potenza di una storia struggente, che non può essere ignorata. La macchina da presa non invade lo spazio personale di Catherine, ma con umiltà si limita a seguirla, per ribadire una grande verità: la maschera del falso perbenismo non cade tanto facilmente, chi non si omologa è un faro nella notte.
Gian Luca Pisacane, cinematografo.it