Mr Long

23/11/2018 - 24/11/2018

Proiezione unica ore 21

Regia: Sabu
Interpreti: hang Chen, Shô Aoyagi, Yiti Yao, Junyin Bai, Masashi Arifuku, Taro Suwa, Ritsuko Okusa, Shiiko Utagawa, Yusuke Fukuchi, Tetsuya Chiba, Yuki Mashita, Naoki Yamazaki, Hiroyuki Seguchi, Shingo Mizusawa, Shunsaku Kudo
Origine: iappone, Germania, Hong Kong, Cina, Taiwan
Anno: 2017
Soggetto:
Sceneggiatura: Sabu (Hiroyuki Tanaka)
Fotografia: Koichi Furuya
Musiche: Junichi Matsumoto
Montaggio: Georg Petzold
Produzione: Live Max Film
Distribuzione: Satine Film
Durata: 129

È una buona cosa che l’anno passato, alla Berlinale, fosse in concorso un film come Mr Long, impasto di gangster-movie e storia intimista sorprendente per come rielabora i codici del genere. Mr. Long è un killer a pagamento, in trasferta a Tokyo per uccidere un boss della mala. Però le cose girano male e l’uomo, ferito, ripara in una bidonville popolata da un’umanità emarginata che ricorda certi film di Kurosawa. Soccorso da un bambino, Long si dedica alla sua seconda attività – la cucina – gestendo un chiosco dove serve ottimi noodles; frattanto libera dalla droga la madre del piccolo samaritano. Scoperto dai suoi nemici, tornerà a essere una macchina da guerra. Spezzato da una cesura in flashback troppo radicale, il film del giapponese Sabu è tuttavia una bella sorpresa. La sospensione temporale, con la scoperta da parte del lupo solitario di possedere l’istinto paterno, ricorda il migliore Takeshi Kitano.
Roberto Nepoti, La Repubblica

Long è un killer spietato e silenzioso. Non ha mai deluso i suoi committenti ma una sera si ritrova in grande difficoltà, dopo aver tentato di uccidere un pezzo grosso. Scampato alla morte per miracolo si rifugia in Giappone dove viene soccorso dal giovane Jun e poi accettato all’interno della comunità locale, conquistandone i membri con la sua straordinaria zuppa di noodle alla taiwanese.
Ben presto il baracchino ambulante in cui cucina per pagarsi il ritorno in patria diventa una piccola attrazione, e così la sua copertura viene progressivamente messa a rischio. Mr. Long si apre come un gangster movie, genere che il cinema asiatico ha sempre saputo maneggiare con generosità di scrittura, immagini e coreografie, ma quasi da subito ne elude i canoni ricercando, e trovando, una sua originalità. Il protagonista dal silenzio kitanesco – Zatoichi moderno senza katana, samurai senza appartenenza – è un essere umano priv(at)o di identità che vive in un presente costante scandito dagli incarichi. È un automa dotato di coltello che si risveglia solo in prossimità della morte, aprendosi a una nuova vita e, di conseguenza, a una nuova gamma di rapporti sentimentali e sociali. Sabu, autore della regia e della sceneggiatura, offre allo spettatore un anti-revenge movie che non si stringe attorno al solo protagonista e al suo obiettivo ma ne crea costantemente di nuovi. Frammenta il tempo, ne fa strumento di indagine sul passato, telecomando emotivo che aumenta la realtà attraverso il ricordo. Gioca con immagini e suoni, sperimenta sequenze dodecafoniche – l’inseguimento notturno nei campi sorretto dalla colonna sonora free jazz, la comunità giapponese che accoglie Long sono scelte di puro godimento – ma sempre all’interno di un’opera talmente solida da essere, come Casablanca, perfetta nella sua sgangheratezza. A poche ore dalla proclamazione dei vincitori della Berlinale 67, Sabu non sembra avere troppe possibilità di sottrarre a Kaurismaki, Netzer, Villaverde, solo per citare i tre più chiacchierati, l’Orso d’Oro o d’Argento, ma Chen Chang meriterebbe di essere considerato, per la sua stony-face keatoniana capace di comunicare comico e drammatico con vibrazioni diverse ma medesima intensità, per la forza con cui contiene, dentro i suoi occhi impassibili, tutto il male del mondo, disperdendolo solo nel finale una volta divenuto innocuo.
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