L’ufficiale e la spia

J'accuse

17/01/2020 - 18/01/2020

Proiezione unica ore 21

Regia: Roman Polanski
Interpreti: Jean Dujardin - Marie Georges Picquart, Louis Garrel - Alfred Dreyfus, Emmanuelle Seigner - Pauline Monnier, Grégory Gadebois - Comandante Joseph Henry, Hervé Pierre della Comédie Française (Hervé Pierre) - Generale Charles-Arthur Gonse, Didier Sandre della Comédie Française (Didier Sandre) - Generale Raoul Le Mouton De Boisdeffre, Wladimir Yordanoff - Generale Auguste Mercier, Mathieu Amalric - Alphonse Bertillon, Damien Bonnard - Jean-Alfred Desvernine, Eric Ruf della Comédie Française (Eric Ruff) - Colonnello Jean Sandherr, Laurent Stocker della Comédie Française (Laurent Stocker) - Generale Georges De Pellieux, Michel Vuillermoz della Comédie Française (Michel Vuillermoz) - Colonnello Armand Du Paty De Clam, Vincent Grass - Generale Jean-Baptiste Billot, Denis Podalydes della Comédie Française (Denis Podalydès) - Maître Edgar Demange, Vincent Perez - Louis Leblois, Melvil Poupaud - Maître Fernand Labori, Laurent Natrella della Comédie Française (Laurent Natrella) - Ferdinand Walsin Esterhazy
Origine: Francia, Italia
Anno: 2019
Soggetto: romanzo "L' ufficiale e la spia" di Robert Harris (ed. Mondadori)
Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski
Fotografia: Pawel Edelman
Musiche: Alexandre Desplat
Montaggio: Hervé de Luze
Produzione:
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 126

Per merito di Méliès il caso Dreyfus interessa il cinema fin dal 1899, un anno dopo l’editoriale «J’ accuse» di Zola indirizzato al presidente Faure e cinque anni dopo che il cap. Dreyfus fosse degradato in pubblico (incipit maestoso) e deportato all’isola del Diavolo accusato di essere spia dei tedeschi. Perché ebreo. Fu scagionato grazie all’inchiesta personale del colonnello Georges Picquart, uomo d’ordinario razzismo ma dedito alla verità. Il processo durò dal 7 al 23 febbraio 1898, si scoprì che la spia era un’altra, che c’era stata falsificazione palese.
L’esercito non può perdere del tutto la faccia: Dreyfus, riabilitato nel 1906 (morirà nel 1935), non otterrà più il grado che gli spetta. Perché ebreo. Il caso Dreyfus fu argomento di discussione e divisione in ogni ceto sociale, e oggi Polanski racconta la storia in un meraviglioso thriller «antropologico» che dimostra come la menzogna organizzata sia l’ossigeno di ogni potere. Nulla cambia, l’attualità è spaventosa, ma i germi del virus razzista stanno risorgendo ovunque, minando dal profondo le fondamenta civili. Perciò è utile L’ufficiale e la spia, nello splendore visivo e narrativo (scritto da Polanski e Harris, autore del romanzo), perché restituisce al cinema il suo primo comandamento morale. Jean Dujardin e Louis Garrel sono straordinari, la fotografia in tre dimensioni psicologiche è di Pawel Edelman, l’anti retorica presenza invisibile, è da sempre farina di Polanski. E ora chi ha il coraggio più di chiamarla Belle époque?
Maurizio Porro, Corriere della Sera

L’ ufficiale e la Spia si ispira al thriller best seller di Robert Harris (Mondadori, 2013) che con estrema accuratezza rievoca il Caso Dreyfus, ovvero l’«Affaire» come lo chiamano i francesi, nella consapevolezza della sua rilevanza storica e simbolica. Perché la condanna per tradimento del capitano ebreo alsaziano, imprigionato nell’Isola del Diavolo sotto l’infondata accusa di aver passato informazioni militari ai tedeschi, non solo fece esplodere uno scandalo politico che fra il 1894 e il 1906 spaccò la Francia in due; ma sulla soglia del Secolo Breve fu anche il banco di prova dell’orribile ondata antigiudaica che avrebbe travolto il vecchio continente.
Diamo atto a Harris di aver conferito piglio romanzesco alla vicenda, scegliendo come protagonista il personaggio vero di Georges Picquart: ufficiale a capo della sezione di controspionaggio che, scoperta l’inconsistenza e la falsità delle prove a carico di Dreyfus, ebbe il coraggio di andare fino in fondo, inimicandosi lo stato maggiore e un’opinione pubblica aizzata da una potente macchina denigratoria nazionalista e antisemita.
Diamo atto a Polanski di essere il grande cineasta che è.
Evidenziando di Dreyfus (uno stoico Louis Garrel) il senso di appartenenza all’Arma (altro che tradimento!), l’ educazione alto borghese, l’onestà, il regista gli pone a specchio Picquart, militare colto e bon vivant non esente da pregiudizi antiebraici; e tuttavia integerrimo al punto da mettere a rischio reputazione e carriera in nome della giustizia.
E sempre con tocchi essenziali – nella magnifica gamma cromatica del direttore di fotografia Pawel Edelman – restituisce il clima della Parigi d’epoca fra tribunali, camere da letto, prigioni, salotti letterari.
Ottime le scenografie di Rabasse, di sobria intensità la musica di Desplat, perfetta la scelta di Jean Dujardin in un cast popolato di fantastici attori della Comedie Francaise. Nessun superficiale ammiccamento al presente, ma vetri di negozi infranti, roghi di libri, folle scatenate parlano da soli. Mentre sul fronte dei Giusti, Emile Zola, con il suo veemente J’accuse di denuncia delle irregolarità di un processo farsa, ci ricorda cosa significa essere un vero intellettuale.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa