L’ordine delle cose

01/12/2017 - 02/12/2017

Proiezione unica ore 21

Regia: Andrea Segre
Interpreti: Paolo Pierobon - Corrado Rinaldi, Giuseppe Battiston - Luigi Coiazzi, Valentina Carnelutti - Cristina, moglie di Corrado, Olivier Rabourdin - Gérard, Fabrizio Ferracane - Terranova, Yusra Warsama - Swada, Roberto Citran - Grigoletto, Fausto Russo Alesi - Il Ministro, Hossein Taheri - Mustafa Abdelladib
Origine: Italia/Francia
Anno: 2017
Soggetto: Marco Pettenello, Andrea Segre
Sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre
Fotografia: Valerio Azzali
Musiche: Sergio Marchesini
Montaggio: Benni Atria
Produzione: Jolefilm
Distribuzione: Parthénos
Durata: 110

Segre sceglie […] un […] registro, più in sintonia con le sue origini da documentarista: uno stile lineare, quasi scabro nella sua essenzialità, ma efficacissimo per spiegare i fatti.
Il protagonista di L’ordine delle cose è un super-poliziotto (Paolo Pierobon) inviato in Libia per convincere gli uomini forti (e corrotti) del dopo-Gheddafi ad accettare le regole della comunità internazionale sui migranti e i loro viaggi per mare. Ci riesce mescolando diplomazia, furbizia e qualche ricatto, fino a quando una profuga somala gli fa avere una richiesta d’aiuto da portare a dei parenti in Italia perché vorrebbe raggiungere il marito già arrivato in Europa.
Un caso come ce ne sono tanti, che costringe il funzionario italiano a fare i conti con la disumanità delle regole e l’impotenza dei singoli e che il film racconta con una lucidità cartesiana, quella di un regista che cerca con coraggio e onestà di non confondere mai i due piani, quello della politica e quello dell’accoglienza, ma che non vuole neppure privilegiarne uno a scapito dell’altro.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera

Un superpoliziotto italiano ex campione di scherma («Ma alle Olimpiadi ero in riserva» puntualizza lui) arriva in Libia per ridurre il flusso migratorio. Fa parte di una task force internazionale, è ricco ed ha una bella villa asettica in un quartiere residenziale molto chic di Padova dove gioca al computer e cena in silenzio con moglie e figlia (il figlio più grande è in vacanza studio negli Stati Uniti senza badare a spese). «Prevenire e non reprimere» gli aveva consigliato il capo del Ministero degli Interni prima di affidargli la missione. Abbiamo già capito dunque che il poliziotto protagonista de L’ordine delle cose di Andrea Segre, proiezione speciale a Venezia 74 […], non sarà come il Gian Maria Volontè di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri, visto che quel poliziotto del 1970 della capacità di reprimere si faceva un gran vanto.
L’agente ex spadaccino Corrado Rinaldi (Paolo Pierobon) è perbene, tollerante, controllato e democratico mentre il film di cui è protagonista si rifà al cinema di Francesco Rosi fin dalla didascalia iniziale in cui si cita l’incipit leggendario de Le mani sulla città («l personaggi e i fatti narrati sono interamente immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce»). Rinaldi cerca l’ordine ma troverà nella Libia post-Gheddafi solamente confusione e corruzione soprattutto quando si interesserà alla vicenda di una donna somala disperatamente in cerca di fuggire da una prigione per poter ricongiungersi con il coniuge in Europa. Come tutti i film di questo giovane ma già estremamente rigoroso cineasta anche L’ordine delle cose mescola documentario etnografico (ma attenzione: Segre osserva la vita italiana gelidamente altolocata di Rinaldi con addirittura più intensità rispetto alle sue missioni all’estero). I soldi sono al centro di tutto, nella Padova del poliziotto (dove in passato bastava pagare per avere una statua in città) come in quella nazione africana nostra ex colonia dove Rinaldi percepisce una serpeggiante diffidenza nei nostri confronti («Italia e Libia: la stessa cosa» gli dirà una guardia carceraria però guardandolo in cagnesco). Pierobon, reduce da una grande prova come Berlusconi nella serie tv 1993, conferma di essere un attore di grande classe. E il film non è da meno.
Francesco Alò, Il Messaggero

Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno reso ancor più attuale il film di Andrea Segre, recuperato come evento speciale dalla selezione veneziana. Per fortuna: perché si tratta di un film bello e importante, che parla di migranti, profughi e hotspot in maniera precisa, emozionante, senza retorica e senza colpi bassi, costruendo sapientemente una vicenda ma dimostrando soprattutto che, al di là della cronaca, il cinema di finzione può avere i mezzi per andare in profondità, per cercare il filo di un discorso intrecciando vicende individuali e collettive. […] Segre aveva già raccontato personaggi di immigrati in due lungometraggi di finzione, lo sono Li e La prima neve, ma questo è il suo film migliore. La morale non è consolatoria, i dilemmi e il contesto vengono spiegati in maniera non semplicistica. Il protagonista, ben interpretato da Paolo Pierobon, i suoi andirivieni con la Libia (ricostruita per lo più in Sicilia e in parte in Tunisia), sono raccontati con credibilità, e la regia rende visibile la sua crisi personale inserendolo in inquadrature eleganti, composte, che vengono poi incrinate leggermente con l’uso della macchina a mano. Come accompagnando il vacillare del protagonista e delle sue certezze.
Emiliano Morreale, La Repubblica