Last Film Show

Chhello Show


10/11/2023 - 11/11/2023

Proiezione unica ore 21

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Regia: Pan Nalin
Interpreti: Bhavin Rabari - Samay, Richa Meena - Baa, Bhavesh Shrimali - Fazal, Dipen Raval - Bapuji / Mr. Trivedi, Rahul Koli - Manu, Vikas Bata - Nano, Vijay Mer - Tiku, Kishan Parmar - S.T., Shoban Makwa - Badshah, Paresh Mehta - Direttore del cinema, Alpesh Tank - Mr. Dave, Tia Sebastian - Leela Mila, Jasmin Joshi
Origine: India, Francia
Anno: 2021
Soggetto:
Sceneggiatura: Pan Nalin
Fotografia: Swapnil S Sonawane
Musiche: Cyril Morin
Montaggio: Pavan Bhat, Shreyas Beltangdy
Produzione:
Distribuzione:
Durata: 110


Ancora cinema, vocazione, biografia e ricordo. Come Spielberg, come Branagh, come Mendes, ma prima di loro, lontano da loro. Non solo perché Last Film Show arriva da noi due anni dopo l’uscita ufficiale del 2021, ma anche perché Pan Nalin affronta da una prospettiva tutta particolare il suo rapporto con il cinema.
Non è, in effetti, neanche un biopic propriamente detto. Last Film Show è, piuttosto un racconto sentimentale della cinefilia del suo regista, la cui voce emerge solo nel finale, sovrapposta a quella di Samay, un ragazzino folgorato dalla magia del cinema e che da quel momento finirà per legarsi al racconto per immagini, dapprima divenendo amico del proiezonista e poi tentando, insieme ai suoi amici, di creare un proiettore solo per loro.
Pan Nalin non ha una storia già definita a cui appoggiarsi, dunque, può agire sul racconto come vuole, può condurre le sue linee dove desidera, ma in un primo momento sembra avere non poche difficoltà a sviluppare il suo spazio operativo. Perché privo di veri ricordi a cui appellarsi Nalin insegue il suo personale Nuovo Cinema Paradiso in chiave bollywoodiana, arrivando a citare più o meno apertamente il classico di Tornatore. Così il racconto si adagia nel solco della più classica narrativa di formazione, scartando solo raramente dal seminato. Eppure, chiuso nella sala cinematografica, appaiato alle spalle del piccolo Rahul Kholi, Nalin coglie un’intuizione affascinante. Perché la cinefilia di Samay è straordinariamente fluida, affascinata dai grandi classici, certo, ma anche dal cinema pop indiano suo contemporaneo, dagli action della metà degli anni ‘00, dagli horror, dai melò, come a voler ripensare la nostalgia al tempo presente, dimostrando come ancora oggi, in piena epoca digitale, il cinema possa creare mitologie, colpire ed ispirare lo spettatore.
Last Film Show funziona comunque meglio quando accompagna il protagonista nella costruzione del suo proiettore artigianale. In questi momenti, Nalin trova la sua misura, in perfetto equilibrio tra uno sguardo tecnico, attento ai movimenti delle mani, ai meccanismi che regolano la creazione delle immagini, ed il tentativo costante di assecondare un sense of wonder essenziale ma d’impatto, concreto, fisico, con la pellicola, la luce solare, trattati alla stregua di un gioco, da manipolare, da piegare alle proprie esigenze. È un’altra idea di cinema antitradizionale, quella sfiorata da Nalin, diffusa, ribelle, piratesca, straordinariamente moderna ma il regista sembra non dargli troppo peso. Piuttosto si distrae, tratteggia stancamente le dinamiche della famiglia di Samay, perdendo l’occasione non soltanto di approfondire il suo discorso teorico ma anche di giocare davvero con le svolte della narrazione. Così lascia scivolare sul tessuto del racconto non soltanto certi felicissimi spunti quasi da film d’avventura per ragazzi anni ’80 ma anche alcuni timidi tentativi di riflettere sul passato coloniale dell’India (come l’invito, costante, rivolto ai piccoli protagonisti, di imparare l’inglese, la lingua dell’invasore, per poter migliorare la loro condizione).
Eppure, giusto nel momento in cui il racconto pare rinchiudersi in spazi già noti (il passaggio dalla pellicola al digitale e la conseguente fine del sogno) Palin raccoglie le forze per un ultimo, clamoroso scossone. Perché l’interruzione della rivoluzione di Samay sembra quasi un segmento cyberpunk, crudele, nichilista ad un occhio occidentale, teso tra la pressa che distrugge il proiettore e gli anonimi lavoratori che ricavano dalla pellicola dei braccialetti di plastica.
È solo un passaggio, ci tiene a dire Samay, che ritrova quegli stessi braccialetti ai polsi di un gruppo di pellegrini e da lì si convince di essere protetto dagli spiriti dei suoi amati attori. Ma è anche l’atto finale di un cinema smaterializzato, sempre più futuro, sempre più lontano dalla sala, immateriale, l’ultimo colpo di coda di un racconto dal passo grezzo ma lucidissimo quando ragiona sul destino del cinema.
Alessio Baronci, Sentieri Selvaggi