Blackkklansman

12/10/2018 - 14/10/2018

Proiezione unica ore 21 anche domenica sera

Regia: Spike Lee
Interpreti: Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Ryan Eggold, John David Washington, Robert John Burke, Paul Walter Hauser, Michael Buscemi, Corey Hawkins, Jasper Pääkkönen, Harry Belafonte, Ashlie Atkinson, Faron Salisbury, Elise Hudson, Timal McKen, Michael J. Burg, Christopher Fairbank, Jarrod LaBine
Origine: Stati Uniti
Anno: 2018
Soggetto: Ron Stallworth
Sceneggiatura: Spike Lee, David Rabinowitz, Charlie Wachtel, Kevin Willmott
Fotografia:
Musiche: Terence Blanchard
Montaggio: Barry Alexander Brown
Produzione: Monkeypaw Productions, Qc Entertainment
Distribuzione: Universal Pictures International Italia
Durata: 128

E Spike Lee finalmente ha fatto ancora la cosa giusta, BlackkKlansman detective story tratta da un’incredibile storia vera. Ci si emoziona, ci si indigna anche ridendo con evidenti rimandi a oggi e il finale con gli incidenti razzisti in Virginia del 2017: America first, come dice l’innominato presidente.
Lee narra un classico, l’uomo che si finge un altro per snidare il nemico. Si tratta di Ron Stallworth l’afroamericano che per primo nel 72 entrò nella polizia in Colorado dove, oltre a sbirciare le Black Panther, s’infiltra con voce contraffatta nel Ku Klux Klan. Non potendo mostrarsi, un collega prende il suo posto (è ebreo, odiato ex aequo ai neri) per bloccare le vergognose esibizioni del «gran maestro» David Duke. Si imparano molte cose, anche il prezzo del cappuccio con cui i razzisti nascondevano il volto: il film s’impenna con due donne ai semafori ideali opposti, senza mancare di adrenalina, stavolta utile.
Una lezione anti razzista di cui c’è sempre bisogno. Siamo nel 70 (blaxploitation, Shaft…) con sguardo contemporaneo ed evidenti richiami cinefili: Rossella O’Hara in Via col vento che di razzismo se ne intendeva, mentre dal volto di Harry Belafonte che spiega come fu dura per i neri, viene il momento più commosso. Tra technicolor e bianco e nero, finzione e realtà, gag e spari, delirio e civiltà, illusioni e delusioni, Lee firma un bellissimo e straziato apologo paradossale sul peggio che sempre ritorna e sul cinema che tiene il piede in due scarpe.
Maurizio Porro, Corriere della Sera

Incredibile la vicenda narrata nel libro Black Klansman dal protagonista stesso Ron Stallworth. Primo uomo di colore ammesso nel corpo di polizia di Colorado Spring, un giorno il giovane agente (siamo nel 1978) stabilisce un contatto telefonico con il Ku Klux Klan locale, spacciandosi per un difensore della purezza ariana; e allo scopo di infiltrarsi nel gruppo sceglie come suo alias Flip, agente della narcotici che, paradosso dei paradossi, è ebreo.
Tanto per dovere di critica ammettiamo che, pur in sostanziale fedeltà alla pagina, Lee introduce qualche variante di troppo che non sempre riesce a gestire. Ma, ciò detto, che importa? Per umorismo, freschezza, energia, il film è godibilissimo: sono indovinati la ricostruzione d’epoca, le musiche, la fotografia, l’ottimo cast in cui spiccano il Ron di John D. Washington (figlio di Denzel) e il Flip di Adam Driver.
Ovviamente David Duke – facciata suadente del KKK che allora scambiò incautamente un «negro» (e il suo alter ego «giudeo») per un ariano – non ha gradito di esser dipinto in chiave caricaturale. Ma in realtà il film è qualcosa di più di una satira (del resto quanto mai necessaria) dell’America razzista. Regala autentica emozione l’immagine di un ispirato Harry Belafonte, 91 anni, seduto fra gli studenti a rievocare un vergognoso episodio di linciaggio del 1956; crea incanto il gioco di una macchina di cinema che, trascorrendo sui visi di astanti rapiti dalla focosa oratoria dell’attivista Kwame Ture, ne esalta la bellezza afro, come in una sorta di ideale risposta alla degradata rappresentazione della gente di colore in Nascita di una nazione, il reazionario capolavoro di Griffith qui opportunamente citato.
Con un bel colpo d’ala, il finale ci traghetta nella Charlottesville dell’agosto 2017, marchiata dalla violenza neonazista, sul suggello di un Trump che si finge equo distribuendo torti e ragioni su entrambi i fronti dei suprematisti e dei democratici. Ma, applicabile pure da noi, il messaggio di Spike suona chiaro: la parte giusta è solo una ed è la seconda.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa