The Post


23/03/2018 - 24/03/2018

Proiezione unica ore 21

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Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Meryl Streep - Katharine Graham, Tom Hanks - Ben Bradlee, Sarah Paulson - Tony Bradlee, Bob Odenkirk - Ben Bagdikian, Tracy Letts - Fritz Beebe, Bradley Whitford - Arthur Parsons, Bruce Greenwood - Robert McNamara, Matthew Rhys - Robert McNamara, Alison Brie - Lally Graham Weymouth, Carrie Coon - Meg Greenfield, David Cross - Howard Simons, Jesse Plemons - Roger Clark, Michael Stuhlbarg - Abe Rosenthal, Zach Woods - Tony Essaye, David Costabile - Art Buchwald, Pat Healy - Phil Geyelin, Stark Sands - Don Graham, Michael Cyril Creighton - Jake, Austyn Johnson - Marina Bradlee, James Riordan - Vice Ammiraglio Blouin, Rick Holmes (Rick Vincent Holmes) - Murray Marder, Tom Bair - William Rehnquist, Jessie Mueller - Judith Martin, Will Denton - Michael, Juliana Davies - Katharine Weymouth, Ben Livingston - Dennis Doolin, Deborah Green - Ann Marie Rosenthal, Peter Van Wagner - Harry Gladstein, Philip Casnoff - Chalmers Roberts, Dan Bucatinsky - Joe Alsop, Deirdre Lovejoy - Debbie Regan, Kelly AuCoin - Kevin Maroney, Jennifer Dundas - Liz Hylton, David Aaron Baker - Alexander Bickel, Neal Huff - Tom Winship
Origine: Stati Uniti
Anno: 2018
Soggetto:
Sceneggiatura: Liz Hannah, Josh Singer
Fotografia: Janusz Kaminski
Musiche: John Williams
Montaggio: Michael Kahn, Sarah Broshar
Produzione: Steven Spielberg, Amblin Entertainment, Dreamworks
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 118


La battaglia per la verità e la libertà di stampa vista come un’irresistibile sophisticated comedy: la guerra fra il Washington Post e la presidenza Usa che nel 1971 portò alla pubblicazione dei  Pentagon Papers; ricostruita scrutando caratteri e comportamento dei leggendari protagonisti della vicenda, a partire dal direttore Ben Bradlee e dalla sua editrice Katharine Graham (Tom Hanks e Meryl Streep, supremi). Uno scoop che sbugiardava ben quattro presidenti Usa, colpevoli di aver iniziato e proseguito la guerra in Vietnam sapendo che non avrebbero mai potuto vincere,  rievocato con leggerezza scintillante malgrado la serietà del tema, da un film che non sbaglia un colpo. C’è tutto: la gloriosa vita di redazione dell’era predigitale, col baccano delle rotative e il  lavoro di squadra, lo scrupolo di chi teme di mettere in pericolo i soldati al fronte e lo stuolo di esperti legali e finanziari che frena segnalando trappole e pericoli. C’è l’alba di una nuova era, con le donne – mogli, segretarie, cameriere – confinate in ruoli ancillari ma decisivi. C’è il primo whistleblower della storia, quel Daniel Ellsberg che fotocopiando a mano le 7mila pagine del dossier  cambierà la storia dell’informazione e del mondo. Ma soprattutto ci sono i tormenti di quella dama dell’alta società, catapultata ai vertici della casa editrice dal suicidio del marito, che pubblicando quel dossier segreto tradisce la sua classe e infanga amici di una vita, come il segretario alla Difesa Robert McNamara, ma rischia anche di mandare a rotoli l’azienda appena quotata in Borsa. E lei, ancor più del mastino Bradlee, il cuore morale di un film che avrebbe potuto intitolarsi Citizen Kate. Lei, grande assente da Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, 1976, l’altro grande film sul Post, a portare il peso maggiore delle scelte. Mentre Bradlee in fondo si diverte da pazzi a cavalcare uno scoop che prepara il Watergate. E noi con lui.
Fabio Ferzetti, L’Espresso

Si conclude nel 1971 laddove inizia Tutti gli uomini del presidente e, al pari del film di Pakula (1976), svela i retroscena di una gloriosa impresa giornalistica volta a smascherare gli inganni del potere. Nel caso di The Post parliamo del decenni di menzogne sulla guerra del Vietnam raccolte in un dossier commissionato dall’allora segretario della Difesa McNamara. Divulgate dall’analista Daniel Ellsberg, sorta di precursore di Snowden, le Pentagon Papers rivelavano infatti che ben quattro presidenti (JFK incluso) avevano insistito nei combattimenti pur di non dichiararsi sconfitti.
Candidato a due Oscar, The Post rientra in quel filone di cinema democratico di testimonianza storica in cui Steven Spielberg si è sperimentato più volte, da Schindler’s List a Lincoln, con risultati degni dell’immenso uomo di spettacolo che è. Di sicuro a colpire della vicenda è il fatto che fu una donna – l’alto borghese Katharine Graham (l’eccellente Meryl Streep), paracadutata dopo la morte del marito nel ruolo fino ad allora esclusivamente maschile di editore – ad autorizzare la pubblicazione di quel materiale scottante, sfidando dure pressioni politico-finanziarie e il rischio di finire in galera; e certo, con un Trump che fa di tutto per screditare la stampa non allineata, il film si impregna anche di contemporanea rilevanza. Tuttavia l’aspetto più appassionante della pellicola è l’esaltazione del giornalismo quando grande, ovvero quando è fedele al suo mandato di guardiano del potere. Sono parole di Ben Bradlee (il sempre perfetto Tom Hanks), leggendario direttore del Post fra il 1969 e il 1991 che nel frangente delle Pentagon Papers tirò fuori grinta di reporter d’assalto e adamantino senso etico. Sulla base di un copione co-firmato da Josh Singer, già valido sceneggiatore del Caso Spotlight, Spielberg orchestra sul filo del thriller i tempi, le riflessioni, le ansie, le tensioni di un gioco di squadra che coinvolge tutti, dal grande inviato all’oscuro tipografo. E sottolineando l’importanza della verifica della notizia e della responsabilità del divulgarla, impagina il momento in cui infine partono le rotative con un piglio epico che ci è sembrato il più sentito omaggio alla carta stampata mai fatto dal cinema.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa