The Farewell – Una bugia buona

31/01/2020 - 01/02/2020

Proiezione unica ore 21

Regia: Lulu Wang
Interpreti: Awkwafina - Billy, Tzi Ma , Zhao Shuzhen , X Mayo , Hong Lu , Hong Lin
Origine: Stati Uniti, Cina
Anno: 2019
Soggetto:
Sceneggiatura: Lulu Wang
Fotografia: Anna Franquesa Solano
Musiche: Alex Weston
Montaggio: Matt Friedman, Michael Taylor
Produzione:
Distribuzione: BIM
Durata: 98

In Cina la tradizione familiare regge l’urto della post-modernità e della ormai lunga e sempre tumultuosa crescita economica. Due secoli fa, quando il gigante asiatico pareva “dormire”, Napoleone disse: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà». Se non trema, certo è preoccupato. Né una singola potenza europea né l’Unione Europea nel suo complesso possono più maltrattare la Cina col pretesto della rivolta dei Boxer o, in tempi più recenti, dei moti di Hong Kong. Quanto agli Stati Uniti, per ora paiono interessati a schermaglie doganali che rettificano, ma non spezzano intese economiche, quindi anche cinematografiche, redditizie e rassicuranti. Ne è un esempio The Farewell – Una bugia buona, produzione americana diretta essenzialmente al mercato cinese, impostasi all’attenzione quasi un anno fa al Sundance Film Festival e da lì arrivata alla Festa di Roma. In Italia, terra di interminabili emigrazioni, può intendersi meglio che altrove il senso di questa storia autobiografica della regista Lulu Wang, cinese naturalizzata statunitense, che si innesta in tradizioni familiari che sono state anche nostre, anche se oggi sono – mediaticamente, almeno – meno sentite. Forse è per questi buoni sentimenti, di cui c’è così bisogno, che il film esce per Natale, pur appartenendo al filone del “memento mori”. I personaggi principali sono femminili e di diverse generazioni. Li separano migliaia di chilometri, li unisce – come se il tempo su di loro non fosse passato – la notizia che la nonna (Shuzhen Zhao) è malata senza speranza. Occorre tornare a Changchun, metropoli vicina al confine con la Corea del Nord. Occorre soprattutto unirsi attorno alla nonna senza che lei capisca che quell’abbraccio è un addio (farewell). Si coglie perciò come pretesto del ritorno collettivo (ci sono anche parenti in arrivo dal Giappone) il matrimonio di un cugino. La trentenne Billi (la rapper Awkwafina, interprete anche di Jumanji – The Next Level) però dissente: cresciuta in un’altra cultura, lei direbbe tutto alla nonna, come si fa negli Stati Uniti… Lulu Wang ha la mano leggera. Argina la malinconia con qualche sorriso e ha presente il modello de Il banchetto di nozze e di Mangiare, bere, uomo, donna, i primi film di Ang Lee, anche lui un cinese emigrato. Ma è sempre meglio “ispirarsi” bene che essere originali male.
Maurizio Cabona, il Messaggero

La bugia del titolo riunisce una famiglia cinese da New York, e dal Giappone, a Pechino. Qui il ritorno alle radici riesce a diventare, nei dettagli delle relazioni cangianti, quel tormentato sistema affettivo del congiungersi e perdersi, del ritrovarsi e separarsi che tanti genitori, tanti figli, nonni e nipoti affrontano nel nuovo assetto delle migrazioni economiche del nostro mondo. Il doppio punto di vista, di Billie, studentessa in attesa della chiamata al master, e della anziana capofamiglia in Cina, ignara della sua malattia, ci spostano di volta in volta nelle ragioni delle età, delle tradizioni e dei cambiamenti. Alla regia va riconosciuta una notevole sensibilità di composizione ambivalente: la drammatica discussione di Billie se restare o partire tra i palloncini della festa di matrimonio, il dialogo su America e Cina al ristorante davanti al tapis rulant cibo/destino, il discorso di una sposa giapponese tradotto ai parenti cinesi. È una commedia di personaggi di quiete orientale attraversati dalle forze centrifughe e centripete di un vecchio nuovo mondo. Candidato ai Golden Globe.
Silvio Danese, Quotidiano Nazionale