Dio è donna e si chiama Petrunya

Gospod postoi, imeto i' e Petrunija

21/02/2020 - 22/02/2020

Proiezione unica ore 21

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Regia: Teona Strugar Mitevska
Interpreti: Zorica Nusheva - Petrunija, Labina Mitevska - Giornalista, Simeon Moni Damevski - Milan, Ispettore capo, Suad Begovski - Il prete, Violeta Shapkovska - Vaska, la madre, Stefan Vujisic - Darko, il giovane poliziotto, Xhevdet Jahari - Boykan, il cameraman, Andrijana Kolevska - Blagica
Origine: Macedonia, Slovenia, Croazia, Francia, Belgio
Anno: 2019
Soggetto:
Sceneggiatura: Teona Strugar Mitevska, Elma Tataragic
Fotografia: Virginie Saint-Martin
Musiche: Olivier Samouillan
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Produzione:
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 100

C’è una donna misteriosa ricercata in Macedonia da preti ortodossi, fanatici religiosi e zelanti commissari di polizia. Il reato? Non sussiste. Pare abbia partecipato a un rito per soli maschi acchiappando con destrezza una croce lanciata ai fedeli. Una lunga notte presso le forze dell’ordine potrebbe mettere fine al caos. L’ideona della regista Teona Strugar Mitevska è presentare una protagonista scorbutica, laureata sulla rivoluzione comunista cinese in mezzo a fan di Alessandro Magno e porla al centro di una comunità ancora scossa da tentazioni autoritarie nonché misogine. L’esordiente Zorica Nusheva è un portento, l’ambientazione affascinante (siamo nella laica Europa o nel più clericale Medioriente?) e il finale altamente liberatorio. Dio è donna e si chiama Petrunya è un pluripremiato film d’autore presentato in Concorso al Festival di Berlino 2019. Non è solo femminista. È soprattutto bello.
Francesco Alò, Il Messaggero

Ci sono donne che ancora oggi lottano per i loro diritti. Che cercano di farsi strada in mondi machisti e patriarcali dove non c’è spazio se non per gli uomini. Petrunya una di queste. Vive a Stip, cittadina della Macedonia, ha 32 anni, è laureata, disoccupata, bruttarella e in carne. Mentre rientra da un colloquio di lavoro andato male, assiste a una festa religiosa e decide di prenderne parte. In questo rituale ortodosso, rivolto da sempre solo agli uomini, bisogna recuperare dal fiume una croce. Ci riesce lei. Ma per questo viene accusata di averla rubata e trattenuta dalla polizia. Dio è donna e si chiama Petrunya, nelle sale dal 12 dicembre con Teodora Film, è una pellicola potente e imperdibile, diretta dalla regista macedone Teona Strugar Mitevska, che con determinazione e forza porta sul grande schermo una riflessione sulla condizione della donna oggi. Nel film, che ha una straordinaria interprete, Zorica Nusheva (al suo debutto al cinema), i toni si alternano, tra il grottesco e il tragicomico. Lo spettatore è portato a ridere, commuoversi, provare rabbia nei confronti di una società che non lascia scampo a donne che vorrebbero essere libere solo di essere ciò che sono.
Giulia Bianconi, Il Tempo

Frustrata da una madre devastante, disoccupata e reduce da un ennesimo, umiliante colloquio di lavoro, Petrunya si trova ad assistere alla tradizionale cerimonia ortodossa di una croce gettata in acqua dal Pope e destinata a garantire benessere a chi la ripeschi. D’istinto si butta nel fiume, afferra il sacro trofeo, l’ha vinto, è suo, ma l’orda di maschi in gara non ci sta e brutalmente la aggredisce. Si crea un caso: «scandaloso» per la chiesa e la mentalità comune, il gesto di Petrunya non è tuttavia un reato; e alla polizia non resta che cercare di intimidirla in una lunga notte al commissariato. Ispirandosi a un episodio vero, Teona Strugar Mitevska riesce a evitare la dimensione della cronaca e dà vita a una vibrante figura di antieroina sullo sfondo di una società rimasta ferocemente patriarcale. In reazione al calvario di pressioni e molestie cui è sottoposta, Petrunya sviluppa una capacità di resistenza che nel corso delle ore si trasforma in consapevolezza di sé e serena forza di cambiamento. Zorica Nusheva conferisce alla protagonista un’implosa, sfumata interiorità; e la Mitevka innerva questo dramma di femminile rivalsa del suo vitalistico piglio di regia.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa