Belfast

29/04/2022 - 30/04/2022

Proiezione unica ore 21

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Regia: Kenneth Branagh
Interpreti: Caitriona Balfe - Ma, Judi Dench - Granny, Jamie Dornan - Pa, Ciarán Hinds - Pop, Colin Morgan - Billy Clanton, Jude Hill - Buddy, Michael Maloney - Frankie West, Lara McDonnell - Moira, Gerard Horan - Mackie, Conor MacNeill - McLaury, Gerard McCarthy - Bobby Frank, Olive Tennant - Catherine
Origine: Regno Unito
Anno: 2021
Soggetto: Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Kenneth Branagh
Fotografia: Haris Zambarloukos
Musiche: Van Morrison
Montaggio: Úna Ní Dhonghaíle
Produzione: TKBC
Distribuzione: Universal
Durata: 97

Al Berlino FilmFest 1989, Henry V consacrò immediatamente il talento del giovane regista e interprete Kenneth Branagh. E nessuno prestò attenzione al fatto che quell’attore capace di esprimersi con tanta britannica musicalità nella lingua del Bardo, era nato – e l’ accento irlandese proprio non si avvertiva – a Belfast. Precisamente a Mountcollyer Street, un rione operaio abitato in armonia da protestanti e cattolici finché sul finire degli Anni ‘60 una serie di scontri sanguinari non innescò nel Paese la logorante «guerra a bassa intensità» fra unionisti e nazionalisti nota sotto il nome di The Troubles. Candidato all’Oscar in più categorie, Belfast ricostruisce attraverso gli occhi del piccolo Buddy (Jude Hill), alias di Branagh, l’escalation di violenza scatenata nel suo quartiere dagli ultrà protestanti contro i cattolici che costrinse lui e i familiari (protestanti non disposti ad abbracciare la causa del fanatismo) a emigrare in Inghilterra, abbandonando parenti e amici. Ma il film non è solo un quadro allarmante a dimostrazione di come bastino pochi facinorosi armati per distruggere la pace di molti; è anche, e soprattutto, un affresco corale e un’autobiografica memoria. La cornice d’epoca, siamo nel 1969, e i personaggi escono fuori vividi, gli attori (fra cui «nonna» Judy Dench) sono incantevoli, in un nostalgico bianco e nero la regia fila con freschezza sull’onda del ricordo e della musica di Van Morrison, alternando tenerezza e tensione, gioia e dolore. Si ama e si litiga, si ride e si soffre così com’è la vita, in un clima di calda affettività che a tratti sfiora, ma con estrema grazia, il sentimentalismo.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa

In licenza premio dal suo amato Shakespeare e da Poirot, a 61 anni Kenneth Branagh si volta indietro e si rivede bambino, a 9 anni nell’estate del ‘69 quando a Belfast scoppiarono i tumulti fra protestanti e cattolici che segnarono per sempre l’Irlanda del Nord. Dopo 50 anni, l’autore dipana e intreccia fili di fantasia e realtà con gran potere immaginifico, così siamo tutti chiamati in causa. Per chi ama il cinema è un’occasione da non perdere, un film meraviglioso di cui siamo ostaggi dalla prima scena: l’autore ci racconta la guerra civile con lo stupore di un bambino che non capisce perché tanta violenza in case e strade fino a ieri pacifiche.
Famiglia tipo, proletaria e protestante alla Ken Loach, col papà pendolare a Londra, dove infine si trasferiranno tutti, dedicando Belfast a chi è rimasto, a chi è partito, a chi si è perso. Con l’aiuto di droni e ralenti e sulla prepotente musica di Morrison, Branagh riesce a sposare senza retorica, in un bianco e nero da antologia, malinconia e allegria, prosa e poesia del quotidiano, realtà e voglia di fiction, un West eroico filtrato da John Wayne o Gary Cooper. Tutto a misura di Buddy, nei cui occhi si riflette il mondo prima che la realtà squarci lo schermo con tutte le illusioni. Jude Hill, ruba la scena a tutti, vive adolescente la prima cotta, poi soffrendo abbandona gli amati nonni, gli strepitosi Judi Dench e Ciarán Hinds, che si contendono due tra le 7 nomination agli Oscar, mentre al padre Jamie Dornan perdoniamo i peccati di gioventù, le 40 sfumature di grigio.
Maurizio Porro, Corriere della Sera

Kenneth Branagh non è nato in un teatro dove recitavano Shakespeare, messo a dormire in una culla dietro le quinte, e lanciato sul palcoscenico alla prima occasione. Lo abbiamo pensato quando metteva in scena Molto rumore per nulla e Amleto (un po’ meno ora che si dedica ai polpettoni tratti da Agatha Christie, l’ultimo pervenuto è Assassinio sul Nilo, che pure con i baffoni dell’investigatore Poirot ha dato un po’ di respiro ai botteghini). L’attore e regista che preferiva il rugby alle lezioni scolastiche era nato a Belfast, Irlanda del nord. A nove anni giocava in strada con lo spadino e il coperchio del bidone come scudo. Un botto più forte degli altri – un’autobomba, con la miccia infilata nel serbatoio – mette fine alla pace e alla tranquilla vita di quartiere. È l’estate del 1969, i protestanti attaccano le case e i negozi dei cattolici – e neanche i protestanti stanno tanto tranquilli: o fai le ronde con loro, oppure devi dare soldi alla causa. Nella via si alzano barricate, papà Branagh torna dall’Inghilterra dove spesso andava per lavoro (è Jamie Dornan che a Belfast è cresciuto, e lavorava di frustini nelle “50 sfumature di grigio”). Caitríona Balfe è la mamma, Ciarán Hinds e Judi Dench – “non è vero che sono stati sulla luna, sulla faccia nascosta Lucifero appende il bastone” – sono gli strepitosi nonni. Bianco e nero, sei candidature all’Oscar. Da vedere subito, per divertirsi e dimostrare che i film quando sono belli incassano.
Mariarosa Mancuso, Il Foglio