A White White Day – Segreti nella nebbia

Hvítur, Hvítur Dagur

10/12/2021 - 11/12/2021

Proiezione unica ore 21

Acquista i biglietti


Regia: Hlynur Pálmason
Interpreti: Ingvar E. Sigurðsson - Ingimundur, Ída Mekkín Hlynsdóttir - Salka, Hilmir Snær Guðnason - Olgeir, Bjørn Ingi Hilmarsson - Trausti, Elma Stefanía Ágústsdóttir - Elín, Sara Dögg Ásgeirsdóttir - Moglie di Ingimundur, Haraldur Ari Stefánsson , Sigurður Sigurjónsson , Arnmundur Ernst Bachman
Origine: Islanda, Danimarca, Svezia
Anno: 2019
Soggetto:
Sceneggiatura: Hlynur Pálmason
Fotografia: Maria von Hausswolff
Musiche: Edmund Finnis
Montaggio: Julius Krebs Damsbo
Produzione: Join Motion Pictures
Distribuzione: Trent Film
Durata: 109

È la nebbia che confonde cielo e mare, quella che non fa distinguere quale ora del giorno possa essere. È la nebbia che modella chi ci vive immerso. Proprio come Ingimundur, capo della polizia in congedo senza sorrisi e un grande dolore che si porta dentro da quando quella maledetta nebbia gli ha ucciso la moglie, morta in un incidente stradale. In un film come A White, White Day si tocca con mano quanto natura e uomo possano assomigliarsi. Siamo in una desolata campagna islandese, un paesaggio nordico dai ritmi lenti che accompagna una elaborazione del lutto a cui il dubbio di un tradimento coniugale farà da detonatore alla rabbia. Vincitore del Torino Film Festival nel ‘19, esce ora nelle sale e pretende dai suoi spettatori tempi interiori giusti per essere accolto.
Claudia Ferrero, La Stampa

Viene in mente Melville, quando spiega che il bianco non è necessariamente il colore della bontà, a partire da quello della pelle di Moby Dick. Qui il bianco — della nebbia, della neve, della natura — è un elemento che nasconde più che rivela, confonde più che spiega. E anche se non prende mai la forma del leviatano che ossessiona Achab, il bianco che domina buona parte del film, interni compresi, trasmette un senso di inquietudine e di sospensione. E che il regista islandese Hlynur Pálmason (alla sua opera seconda, dopo Winter Brothers, inedito da noi) aumenta e dilata confondendo anche gli elementi temporali. Dove siamo? E quando?
Dopo la primissima scena, in cui vediamo un’auto uscire di strada e dove scopriremo che è morta una donna, una lunga serie di brevi scene, che inquadrano sempre la stessa casa isolata, sembra volerci mostrare solo il passare del tempo: i giorni e le notte, le stagioni o meglio gli accadimenti atmosferici (vento, neve, sole, nuvole) e ogni tanto notiamo l’azione degli uomini, che — in campo lungo e lunghissimo — puliscono le sterpaglie, riparano staccionate, si danno da fare per rendere abitabile una casa per niente accogliente.
Dopo essere finiti dentro questo strano labirinto temporale fatto di continue e brevi sequenze, solo allora arriva l’uomo: è Ingimundur, poliziotto in pensione che spiega alla nipotina Salka come dovrà venire la casa e che a uno strano inquisitore (che capiremo essere lo psicologo incaricato di affiancarlo dopo l’incidente dove è morta sua moglie) si descrive così: «Un uomo, un padre, un nonno, un poliziotto, un vedovo» dando alle sue condizioni esistenziali un ordine — prima l’«uomo», ultimo il «vedovo» — che dovrebbe metterci sull’avviso. C’è del marcio in Islanda e la successiva ora e mezza cercherà di raccontarcelo. Ma sbaglierebbe lo spettatore ad aspettarsi una trama gialla o qualcosa che assomigli a un thriller. E non perché non ci siano colpi di scena e alla fine il sangue abbia un suo preciso ruolo (per lo meno iconografico) ma perché quello che interessa al regista è raccontare quell’inquietudine, quell’insicurezza esistenziale che può prendere le persone e tenerle prigioniere dentro una specie di gabbia indistinta e indefinita come appunto può essere la nebbia. A Pálmason non interessa dare delle risposte, cercare delle certezze perché così non è la vita dove i dubbi sono spesso molto più numerosi delle possibili risposte. Nella piccola comunità dove vive Ingimundur, che spesso si ritrova a casa dell’uno o dell’altro per bere e festeggiare (ma non si sa mai che cosa), la verità sembra sempre sfuggire. Ognuno fatica a spiegarsi o a chiarirsi, le domande e le curiosità restano sospese a mezz’aria (come nell’inquietante scena in cui un amico cerca di spingere l’ex poliziotto a spiegarsi e la nipotina involontariamente lo blocca eseguendo un pezzo di Schumann, a sua volta spunto per introdurre il tema del tradimento che ossessiona il protagonista). Perché quando finalmente la rabbia spinge Ingimundur a pretendere la verità sul passato della moglie e a porre delle domande che non possono essere eluse, ecco che allora è la tragedia a scoppiare, a impossessarsi delle persone e a far esplodere quella violenza così a lungo repressa.
E alla fine abbiamo assistito al dramma di un uomo insidiato nelle sue certezze maschili? Al doloroso ritratto di una comunità che preferisce chiudere gli occhi di fronte alla verità e continuare a reprimere i propri istinti? Al viaggio dentro le tenebre di un’anima dove la nebbia sembra essersi impossessata di ogni cosa per cancellare confini e distinzioni? Non è facile rispondere. Non ci riesce nemmeno l’inquisitore psicologo che pure fa domande semplici e basilari ma che finisce per ottenere risposte che non riescono a spiegare niente. E quello che doveva essere «un giorno bianco, bianco» finisce per chiudersi prima nel nero di una galleria senza uscita e poi di fronte a un ricordo che allontana ancor più la verità.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera