Barriere

31/03/2017 – 01/04/2017

Proiezione unica ore 21

Titolo
originale
Fences
Regia Denzel Washington
Interpreti Denzel Washington (Troy Maxson), Viola Davis (Rose Lee Maxson), Stephen Henderson (Jim Bono), Jovan Adepo (Cory Maxson), Russell Hornsby (Lyons Maxson), Mykelti Williamson (Gabriel Maxson), Saniyya Sidney (Raynell Maxson)

Origine, Anno Stati Uniti, 2016 Soggetto adattamento dell’opera teatrale di August Wilson
Fotografia Charlotte Bruus Christensen Sceneggiatura August Wilson
Scenografia David Gropman Musica Marcelo Zarvos
Montaggio Hughes Winborne Produzione Bron Studios, MACRO, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions
Distribuzione Universal Pictures Durata 138′

(…) Mal tradotto in Barriere al posto del più corretto e calzante Recinto, Fences trae esplicita, seppur non ostinata né filologica, ispirazione dall’autobiografia di Wilson e – nelle belle e condivisibili parole dello studioso Samuel G. Freedman – dallo shakespeariano «Re Lear, lo straziante ritratto di un patriarca, un uomo oversize con emozioni oversize, che distrugge tutto ciò che gli è più caro». Quest’uomo è Troy Maxson (Washington), ex campione della Negro League di baseball, che nella Pittsburgh degli anni Cinquanta vive con la moglie Rose (Davis) e il figlio Cory (Jovan Adepo) e fa il netturbino insieme al suo migliore amico Jim Bono (Stephen Henderson).
Estromesso per limiti anagrafici dall’integrazione razziale del baseball professionistico, che l’avrebbe reso una star strapagata, Troy ha sperimentato anche il carcere, l’apartheid sul posto di lavoro – i neri potevano raccogliere l’immondizia, non guidare il camion – e si ritrova da uomo di mezza età a essere dominato dal rancore, dalla sensazione che il meglio sia già passato e nemmeno sia stato tanto buono. A farne le spese sono Rose, che tradisce con una donna più giovane, e il figlio Cory, a cui impedisce il football all’università, ma Troy non è cattivo, piuttosto ferito, piegato, rabbioso. Emozioni che Wilson, e Washington, mitigano con un’inesorabile, commovente e pietosa umanità: Troy sarà pure carnefice, alternativamente vittima, ma sempre e comunque uno di noi. Bloccato dalle segregazioni razziali, convenzioni sociali, infingimenti sentimentali in un recinto esistenziale che lui stesso ha contribuito a costruire: «Alcuni – gli dirà l’amico Jim – costruiscono recinti per tener fuori le persone, altri per tenerle dentro».
E in questa ambivalenza, in questa dualità esclusione/inclusione, allontanamento/vicinanza, accettazione/rifiuto si gioca la sfida morale, il plateau emozionale di un dramma da cortile che ti prende l’anima e dopo 138 minuti te la restituisce squassata, pulsante e commossa fino alle lacrime.
I dialoghi tra Troy e Rose sublimano artisticamente la terapia di coppia, lo scontro padre-figlio ci ritrova allo specchio, e Washington e Davis sono uno spettacolo d’attori: superbi, profondi, totalizzanti. Non si soffre l’eredità teatrale, perché se la macchina da presa non corre da una location all’altra – ma rimane per lo più nell’hortus conclusus di Troy –, interpreti, dialoghi e verità dischiudono le nubi e trovano il sole. Non perdetevelo.

(Federico Pontiggia – Il Fatto Quotidiano)
Ci sono film che non somigliano a nient’altro. Opere che sembrano venire da lontano e insieme possiedono qualcosa che li rende misteriosamente vicine: come il pezzo mancante di un puzzle che cercavamo da tempo. Barriere, tratto dalla pièce omonima del drammaturgo afroamericano August Wilson (1945-2005), una leggenda in patria, è uno di questi film inattuali e brucianti.
A prima vista è puro teatro filmato, lunghe conversazioni salmodiate nella lingua musicale degli afroamericani (almeno in versione originale) ambientate per lo più nel cortile o fra le mura della modesta abitazione del protagonista Troy Maxson (lo stesso Washington, che lo ha interpretato anche a teatro nel 2010), con pochi esterni e un pugno di altri personaggi. Sua moglie Rose (Viola Davis, anche lei già a Broadway), il figlio di primo letto Lyons, che si illude di poter vivere suonando,; il secondogenito Corey, una promessa del football; il miglior amico di Troy, il mite Bono, sempre in giro con lui aggrappato al camion della spazzatura che battono Pittsburgh negli anni Cinquanta, quando l’integrazione a ancora un sogno (e Troy rischia il posto solo perché chiede di guidarli quei camion, privilegio riservato ai bianchi).
E poi Gabe, fratello matto di Troy, un infelice ferito al cervello in guerra che è un po’ il doppio angelico di Troy e una delle sue vittime. Il magnetico, irresistibile Tory, con tutte le sue sparate, i suoi ricordi, le sue canzoni, è infatti una figura ambivalente. Un tiranno pronto a tradire e sfruttare coloro che ama, senza smettere di amarli, portandosi dentro la colpa e la vergogna. Un seduttore, un sottaniere, un padre padrone che tarpa le ali del figlio sportivo perché a lui, ex promessa del baseball, non fu concesso di entrare in squadra prima della guerra. Senza capire che i tempi stanno cambiando e ora è lui l’oppressore. Un personaggio epico, troppo complesso per lasciarsi ingabbiare in una definizione, centro di un mondo perduto che il film evoca poco a poco, con insolito rigore ed economia di mezzi, puntando sugli attori, straordinari, e su una regia essenziale, tutta in sottrazione, che solo nel finale, oculatamente, si apre a una trovata di sicuro effetto. Un Morte di un commesso viaggiatore in chiave afro, verrebbe da dire (un paragone che ricorre anche nella critica Usa), se non rischiassimo di sminuire la profonda originalità del teatro di Wilson. Tutto da scoprire in Italia. Ragione in più per approfittare del film di Denzel Washington.

(Fabio Ferzetti – Il Messaggero)

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